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Armistizio con noi stessi


Cosa ci racconta ancora l’ 8 settembre? C’è ancora bisogno di parlarne nel 2013? Secondo me si.

Gli storici dibattono ancora se la data dell’ 8 settembre rappresenti la morte della patria o la sua rinascita. Lascio a loro la questione. Per me quello che è davvero interessante è il potere contenuto dentro la parola armistizio. La stasi delle armi. C’è la guerra, c’è ovunque distruzione, morte, aggressione dell’uomo contro l’uomo, poi viene fuori uno con la parola armistizio e tutto si ferma. Io me ne faccio un’immagine un po’ epica, come un rumore di diecimila scudi di metallo fatti cadere a terra su un campo di battaglia. Sdummm. Un bambino che viene picchiato da un adulto: armistizio, e quello si ferma. Uno che sversa sostanze tossiche in un fiume, le acque si sollevano: armistizio, e lui smette. Non è così semplice purtroppo. Ma credo che resti in ognuno di noi questo desiderio alchemico di una parola magica che possa fermare gli eventi. Da bambino, quando giocavo con i miei amici, ce l’avevo. Se uno di noi pronunciava quella parola, tutti si fermavano, tutti capivano che la finzione-realtà del gioco andava sospesa, che c’era un motivo per considerare meglio quello che stavamo facendo, e farlo diversamente. Era consolante. Nella finzione-realtà del gioco le cose si potevano mettere male, ma  quando stavano per diventare irreparabili si poteva sempre tirare fuori la parola magica. Non diversamente dalla vita reale, in cui alla fine si poteva sempre chiedere aiuto alla mamma. Poi sono cresciuto, e la parola magica l’ho dimenticata. Certe volte sembra che essere adulto significhi proprio questo, fare scelte irrimediabili ed assumersene le conseguenze. Per questo mi piace la parola armistizio. Significa che in ogni momento, per quanto gli eventi ti stiano mettendo sotto, puoi gridare e salvarti. Essere adulti mica significa farsi massacrare. Però imparare dagli errori si. L’armistizio non è una relazione simmetrica, c’è chi lo chiede e chi lo accorda. Chi lo chiede evita danni peggiori, ma deve essere disposto a pagare un prezzo. Se non c’è un prezzo da pagare, non vale. Se non si sacrifica qualcosa che ci è caro, non si impara dagli errori. Solo la mamma non ci fa pagare mai nulla.

La realtà storica dell’ 8 settembre ’43 vedeva un popolo con la coscienza deformata da un ventennio di squilibrio narcisistico, frustrato dall’aver compreso di aver fatto le scelte sbagliate, ridotto alla fame e stanco della guerra. Anche se la storia la fanno le azioni di singoli uomini, a me piace l’idea che questo popolo si sia impersonificato, diciamo in un italiano prototipico, uno con i capelli ricci e il cappello fra le mani, che sia entrato in una stanza piena di generali e abbia detto: basta, fermate tutto, scusate, abbiamo sbagliato, ora cambiamo. Mi immagino che abbia detto così perché altrimenti gli Alleati non avrebbero concesso l’armistizio, però a dire il vero mi immagino pure che mentre lo diceva tenesse le dita dei piedi incrociate ed avesse quello sguardo che ora sarebbe troppo difficile descrivere se non come sguardo alla Alberto Sordi quanno te vole fregà. Lo sguardo di uno che vuole prendere quello che gli spetta ma senza pagare niente, se non l’abbandono di un capo che tanto aveva già abbandonato da un pezzo, che poi lui italiano prototipico peraltro mica era stato mai fascista, no no. E poi uscire dalla stanza e trovare che tutto è tornato come prima, sembrava difficile e invece che ce vò, era facile: basta, abbiamo sbagliato, ora cambiamo. Oddio, cambiamo…

Gli antichi Greci come sempre avevano capito tutto. La tragedia classica si struttura sinteticamente in tre atti: il primo presenta l’evento e gli antefatti, con il protagonista che ha un obiettivo da raggiungere e un ostacolo davanti a sé; il secondo vede il protagonista confrontarsi con l’ostacolo, ma soprattutto con un esame di coscienza che gli permette di comprendere i propri limiti verso la realizzazione dell’obiettivo; nel terzo si ha lo scioglimento dell’azione con l’epilogo positivo o negativo. Citazione da Maxwell Anderson: “un dramma dovrebbe avvicinarci e allontanarci rispetto ad una crisi centrale, e questa crisi dovrebbe consistere in una scoperta, ad opera del protagonista, che abbia un effetto indelebile sui suoi pensieri e le sue emozioni, e tale da mutare completamente il corso delle sue azioni. Questa crisi dev’essere posta, di norma, vicino alla conclusione dell’ atto centrale del dramma. Il protagonista deve rimanere colpito, così che dopo la crisi, possa cambiare in meglio. In tal modo, il personaggio contribuisce al progresso morale della specie, adempiendo alla funzione della tragedia: affermazione religiosa, antico rito che riconferma e consolida la fede dell’uomo nel suo stesso destino e in un’estrema speranza”.

L’ 8 settembre è quindi per me la speranza di una possibilità grandiosa. Si può ricominciare. Ma bisogna lasciare qualcosa sul tavolo. Nel film La venticinquesima ora, nella fantasia della scena finale il protagonista Monty vede se stesso anziano con la moglie ed i figli, come se fosse riuscito a non pagare le conseguenze delle sue azioni; per farlo però ha dovuto vivere per anni da solo sotto falso nome nel deserto. Ha dovuto scegliere di cambiare ed avere la forza di superare la crisi. E però che bello: nel deserto si può ricominciare.

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Un commento su “Armistizio con noi stessi

  1. Anonimo
    09/09/2013

    un bell’armistizio ci vorrebbe ancora, per poter ricominciare e lasciarsi alle spalle 20 anni di berlusconismo e antiberlusconismo. Se solo si riuscisse a capire che in bene (ed il male) non è prerogativa della destra, della sinistra o del M5S.

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Questa voce è stata pubblicata il 08/09/2013 da in Società con tag , .
Pierluigi Argoneto

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