DiversiPensieri

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Considerazioni provvisorie su L’Intrepido, di Gianni Amelio


‘L’Intrepido’ di Gianni Amelio racconta la storia di un uomo che vive a Milano ai nostri tempi, quelli del dramma della mancanza di lavoro. Fin dalle prime scene vengono mostrate le caratteristiche del personaggio principale: l’onestà, la lealtà, il rispetto per gli altri. Parallelamente viene mostrata la società intorno a lui, popolata da esseri cinici, indifferenti se non chiaramente criminali. La società, il mondo esterno, assumono quindi il ruolo di antagonista,e sono caratterizzati in maniera negativa. La caratterizzazione positiva del protagonista è rafforzata da quanto si viene via via scoprendo sul suo conto: vive da solo in una casa piccola e buia, la moglie lo ha lasciato per un uomo più ricco, ha un rapporto affettivamente forte ma burrascoso con il figlio, tenta di vincere concorsi per diventare insegnante ma è sempre preceduto dai soliti raccomandati, si innamora di una ragazza a dir poco problematica che successivamente si suicida. Questi eventi, che sarebbero sufficienti a far crollare un elefante, non cambiano invece il modo di agire del protagonista. Egli è incapace di contrapporsi al suo antagonista, cioè di intraprendere vere iniziative per cambiare lo stato delle cose, ma si limita ad adattarsi compiendo un lavoro limitato alla propria interiorità. Ad ogni nuovo evento drammatico risponde caricandosi di altra sofferenza, e nella porzione di vita mostrata dal film ci riesce sempre, senza tuttavia mai riportare grandi vittorie se non la sopravvivenza alle medesime condizioni fino al prossimo evento.

Il tentativo di Amelio (da qui anche la scelta di Albanese, sponda Epifanio più che Cetto) sembra quello di creare un novello Candido, o se preferite uno Charlot o un Forrest Gump, realizzando una critica dell’ipocrisia della società utilizzando il contrasto con la loro ingenuità e la loro mancanza di secondi fini. Ma vi sono a mio parere due differenze importanti. La prima riguarda la verosimiglianza dei personaggi: nei tre casi prototipici gli eventi, pur presentati con l’aura della realtà, diventano presto chiaramente irreali (come giungere in un Eldorado in cui l’oro non ha alcun valore, girare insieme all’ingranaggio di una grande macchina, battere i cinesi a ping pong) e ciò permette di comunicare al lettore/spettatore il fatto che si tratta di un espediente letterario: in un (ipotetico e irreale) mondo in cui un uomo talmente puro da non concepire che pensieri ispirati ai valori più elevati non soccombesse al confronto con i fatti (reali nella finzione), la sua coerenza porterebbe ben presto a smascherare l’ipocrisia di quel mondo. Ma è chiaro che Candido, Charlot, Gump sono personaggi di fantasia, e dunque per converso che l’autore non crede davvero che sia possibile vivere nel mondo reale con una tale dose di ingenuità e riuscire a sopravvivere. Antonio Pane ci viene invece presentato come un uomo reale che vive situazioni reali, riconoscibili nella nostra esperienza quotidiana; anch’egli non soccombe del tutto alla realtà, che però proprio per questo perde molta della sua veridicità. Insomma, o è reale Antonio Pane o è finta Milano. La seconda differenza riguarda l’esito delle azioni dei protagonisti. Per Candido, Charlot e Gump il candore è un’arma attraverso la quale compiere imprese eroiche o quantomeno inaspettate rispetto alla condizione di partenza dei personaggi (e questo è possibile solo grazie allo statuto di irrealtà del racconto). Le vittorie di Antonio Pane sono meri atti di sopravvivenza, piccole interruzioni al flusso delle disgrazie, come se il regista si rendesse improvvisamente conto dello scarto che si crea tra l’obiettivo del racconto ed il suo svolgimento. La vittoria di Pane è l’approccio interiore con cui affronta le situazioni, la cui eccessiva irrealtà non permette però una identificazione completa. Si delinea un personaggio autistico, capace di imprese straordinarie ma solo all’interno di sé stesso, incapace di venire a patti con il mondo e forse anche di comprenderlo. Il sorriso con cui esce dagli eventi è in qualche misura un’accettazione dello status quo. E qui sorge la seconda considerazione.

E’ ovvio che il regista possa raccontare la realtà che preferisce dall’angolazione che preferisce. Può prendere  un argomento grande, complicato, come la crisi e la disoccupazione, e da questo selezionare un aspetto singolarissimo, un pezzo minimo e particolare. La sua bravura sta poi nel rendere bene in immagini, dialoghi, scene, quanto ha scelto di rappresentare. E su questo si esercita la critica degli addetti ai lavori. Invece nel pubblico che assiste al film accade il processo inverso. Lo spettatore vede sullo schermo la parte piccola che il regista ha scelto di rappresentare, ma senza sapere quale sia, almeno fino ad un certo punto che nei buoni film è vicino alla conclusione. Quindi lo spettatore inevitabilmente, per farsi un’idea di ciò che sta vedendo, identifica l’argomento più vasto, quello grande, e va via via scartando gli aspetti di esso che capisce non far parte del film. Ma intanto l’argomentone l’ha concepito, in tutta la sua estensione ed in tutta la sua drammaticità (se si tratta di un argomento drammatico). Da qui la domanda: è davvero legittima (ai sensi del racconto, ai sensi pratici lo è sempre) qualunque scelta narrativa se si tratta di eventi drammatici? Intendiamoci, non è in questione il poterlo fare, ma soltanto l’opportunità. Per capirci, se l’argomentone è la crisi, la mancanza di lavoro e in fin dei conti la perdita di dignità umana che a questa si accompagna, la scelta superlegittima di raccontare un uomo che incomprensibilmente sopravvive sorridendo agli eventi non suona come una svalutazione del dramma di quelli che nella realtà non ce la fanno? O peggio come una giustificazione dello status quo? Non è anche un po’ assolutorio e quindi paraculo nei confronti dello spettatore rappresentargli un dolore (una crisi che tutti sappiamo con i nostri comportamenti contribuiamo ad aggravare) e poi lenirlo con una catarsi irrealistica?

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Questa voce è stata pubblicata il 15/09/2013 da in Politica con tag , , , , , .
Pierluigi Argoneto

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