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La casta non esiste


ImageDa dizionario una casta è: un ordine di cittadini che per legge religiosa o civile ha suoi propri uffici e privilegi, pratica l’endogamia (matrimonio solo all’interno del gruppo) e al quale quindi si appartiene per diritto di nascita.

Dire che i politici formano una casta significa dunque dire:

  1. i politici hanno dei privilegi,
  2. esiste un gruppo non accessibile di persone che esercitano nella società il ruolo di politici.

Primo requisito: i privilegi. È necessario qui operare una ulteriore suddivisione:

a)      privilegi previsti dal ruolo. A rigore di costituzione, chi ricopre incarichi pubblici deve ricevere soltanto un adeguato compenso, per il resto valendo il principio dell’eguaglianza tra tutti i cittadini. Certamente oggi il fatto stesso di avere uno stipendio fisso e sicuro può essere percepito come un privilegio, ma questo non distingue i politici da ogni altra classe di dipendenti pubblici, ad esempio i bidelli, dei quali non si dice certo che formino una casta. Sono invece privilegi l’ammontare in molti casi (ma non tutti) alto di questo stipendio, la facoltà di autodeterminarlo, vari e diversi benefit aggiunti storicamente ad esso (dall’auto blu al servizio di barbiere gratuito). Questo tipo di privilegi è cospicuo per i politici di livello nazionale (membri del parlamento), e va decrescendo via via che si scende al livello regionale, provinciale, comunale.

b)      privilegi non previsti dal ruolo. Si tratta della possibilità di determinare decisioni che riguardano la collettività in maniera che possano tornare a proprio vantaggio. Pur essendo  vietati dalla legge, comportamenti di questo tipo si osservano di fatto frequentemente. Inoltre, l’entità del privilegio non è proporzionale al livello di influenza politica: la modifica della destinazione d’uso di un terreno ottenuta da un assessore di un piccolo comune può avere una rilevanza economica molto grande.

In conclusione, è difficile negare che sia verificato il primo requisito, cioè che coloro che ricoprono cariche pubbliche abbiano dei privilegi rispetto al resto dei cittadini. Tuttavia, l’entità di questi privilegi è poca cosa se non si mettono nel conto comportamenti chiaramente irregolari. Allora il marchio di appartenenza alla casta sta nell’essere politici o nell’essere disonesti? L’imprenditore che corrompe un membro della casta per avere vantaggi illeciti rispetto agli imprenditori onesti fa a sua volta parte della casta o no? Il fratello dell’assessore che potrà costruire su un terreno fino a poco prima a destinazione agricola, fa parte della casta o no?

Secondo requisito: l’inaccessibilità. Ovviamente non si può parlare di diritto di nascita nel significato fisiologico del termine, se non in pochi casi. I leader dei principali partiti non sono figli di parlamentari. Scilipoti e Razzi non sono figli di parlamentari. Scendendo al livello regionale, provinciale, comunale, si può sicuramente trovare qualche caso in più, ma meno di quanto avvenga ad esempio tra i tabaccai, i farmacisti o i notai. Ma per l’accesso alle cariche pubbliche si parla ovviamente di un diritto di nascita figurato, legato all’appartenenza non ad una famiglia ma ad un partito. Cioè: solo chi sta nei partiti può accedere alle cariche pubbliche e quindi sono i partiti la casta che si autoriproduce. Questo tuttavia non è un requisito accettabile perché è la Costituzione che assegna ai partiti la funzione di luogo privilegiato, anzi unico, per l’associazione dei cittadini e il loro reclutamento al ruolo di amministratori della cosa pubblica attraverso le elezioni. Quindi per poter ancora parlare di casta sarebbe necessario dimostrare che non c’è abbastanza democrazia interna nei meccanismi con cui i cittadini entrano nei partiti ed accedono alle cariche pubbliche. In linea teorica l’accesso ai partiti è libero, e libera è la formazione di nuovi partiti. In linea teorica, i membri più preparati dei diversi partiti competono per la carica. Nei fatti però spesso le cose vanno diversamente, e la selezione interna talvolta è controllata da gruppi di potere. Questo rende effettivamente limitata la possibilità di accesso del cittadino alla carica pubblica, e rende possibile parlare di casta. Ma ancora una volta: chi fa parte della casta? Il capozona del partito che favorisce il proprio leccapiedi rispetto ad una persona più preparata? Certamente si. Ed il leccapiedi? Anche lui, certo. Ma prima di entrare nel partito, il leccapiedi faceva parte della casta o no? Se casta = politici, allora la risposta è no. Ma in questo modo cade la premessa dell’inaccessibilità, e quindi tutta la seconda parte della definizione di casta. E inoltre, il famoso leccapiedi non aveva già una mentalità da casta prima di esserne parte, se poi è stato così facile per lui diventarne membro assumendone i comportamenti deleteri? Allora, alla casta si accede per appartenenza ad un partito o per appartenenza ad una mentalità?

In conclusione, per me la casta esiste. È la casta dei disonesti. Degli egoisti. Dei mafiosi. Ne fanno parte i politici se sono disonesti, egoisti, mafiosi, ma anche i dentisti e i macellai. Non facciamoci fregare da chi illumina solo una parte della scena. Anche se è difficile e complesso, sforziamoci di ragionare caso per caso. Rifuggiamo dai concetti ameba, che significano tutto e quindi non significano niente. Parliamo del singolo disonesto e del singolo mafioso. E parliamo anche del singolo amministratore che ha a cuore il benessere dei cittadini e lo sviluppo del territorio, ce ne fosse anche uno solo in tutto il paese.

La diffusione della parola ‘casta’ ha avuto l’effetto deleterio di accentuare due aspetti del carattere italiano. Il primo è la tendenza all’autoassoluzione: se c’è un gruppo di persone responsabile dei peggiori guai del Paese, il fatto che io non emetta scontrino fiscale è un particolare insignificante, anzi magari è una difesa rispetto alle loro angherie. Il secondo è l’apatia: le parole non sono mai disgiunte dai loro significati, e quando pronunciamo la parola ‘casta’ non evochiamo soltanto una classe di privilegiati, evochiamo anche, necessariamente, la classe ad essa complementare, quella dei poveracci, dei paria. Che poi saremmo noi. E così, mentre da un lato ci autoassolviamo, dall’altro ci rafforziamo nella convinzione di essere effettivamente qualcosa di diverso, di separato, dal gruppo di quelli che possono governare il paese, governare il proprio futuro. Ci facciamo contenti e fessi da soli, con una parola.

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Un commento su “La casta non esiste

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Questa voce è stata pubblicata il 29/09/2013 da in Politica, Società con tag , , .
Pierluigi Argoneto

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