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I cinguettii del grillo e l’effetto Gabibbo


ImageL’attività politica attraverso Twitter del M5S mi fa pensare sempre allo stile di comunicazione della trasmissione Striscia la Notizia, un approccio che da 20 anni mi infastidisce perché mi fa sentire trattato come un cretino, o nel migliore dei casi un bambino. È una questione di atteggiamento verso la realtà e verso le difficoltà che riguardano la vita privata ma anche quella civile.

Si sa, qua non funziona niente. E il povero cittadino, bistrattato, inascoltato, cosa può fare infine? Chiamare Striscia la Notizia!In breve tempo arriverà un solerte inviato. Ascolterà il problema con straordinaria empatia, se ne farà carico, lo presenterà a tutto il Paese e, incredibile a dirsi, lo risolverà minacciando gli inadempienti di ritornare a chiedere il conto. Il servizio si chiude in genere con il saluto dell’inviato, a quel punto vincitore, ed il popolo festante alle sue spalle. Questo processo, visto dalla parte di chi subisce un sopruso, può anche avere un senso.

Ma cosa accade allo spettatore? Messo di fronte alla rappresentazione di una realtà effettivamente cattiva che minaccia i cittadini onesti ed inermi, egli non può che identificarsi con i secondi. All’apparire dell’inviato nelle vesti di Robin Hood, questa identificazione non può che crescere. Il tutto avviene in due fasi, separate ma accomunate dalla presenza in entrambe di un elemento magico. Nella fase centrale del servizio cresce l’identificazione con il ‘dramma’ presentato, e si rafforza la scissione realtà cattiva / eroe buono, che ha l’effetto di preparare l’epilogo finale ma anche quello, meno evidente, di fissare le posizioni: la cattiveria della realtà è un dato necessario, non modificabile e che non richiede spiegazioni, è come l’eruzione di un vulcano, come l’invasione dei dinosauri giganti al centro di Tokio: in questo senso è magica, possiede caratteristiche non spiegate. Nella parte finale lo scioglimento dell’azione richiede l’identificazione con l’eroe, che sconfigge la realtà cattiva e ne offre la testa al popolo; egli soltanto poteva riuscirvi, con l’aiuto di un’arma a sua volta magica: la benedizione di un dio, una spada laser, o nel nostro caso un microfono ed una telecamera.

La struttura è quella tipica della fiaba: maleficio – povera principessa in pericolo – principe azzurro. È tipica anche delle storie moderne che hanno per protagonisti dei supereroi. In generale contribuisce alla creazione di un senso di soddisfazione, in quanto la parte con la quale ci si identifica esce vittoriosa. È tuttavia una falsa catarsi, in quanto la vittoria finale avviene esclusivamente per merito di un attore esterno, che interviene di propria iniziativa. Un’iniziativa nella quale la principessa, o il popolo vessato dallo sceriffo di Nottingham, può soltanto sperare, ma alla quale non collabora. Se il principe azzurro avesse sbagliato strada, non ci sarebbe stato nessun risveglio; la principessa da sola non ha la forza di risolvere i propri problemi, né esce cambiata dalla risoluzione operata dall’esterno: se il principe partisse per un viaggio, e la strega ripetesse il maleficio, la principessa cadrebbe di nuovo.

La parte delle fiabe che parla ai bambini insiste proprio su questo punto: per un bambino è normale sentire di non avere la forza di affrontare la realtà da solo, desiderare un aiuto. È normale che alcuni dei modi in cui gli adulti risolvono i problemi gli sembrino magici, perché fanno affidamento su facoltà che lui non ha ancora sviluppato. Ma la fiaba parla, ha sempre parlato, anche agli adulti. Quando il senso di realtà impedisce l’identificazione fantastica, quale fascinazione può restare? Immagino il mio bisnonno, contadino, che a sera torna a casa dai campi con la schiena spezzata dalla fatica. Le nuvole che ha visto avvicinarsi lo preoccupano; se grandinasse sarebbe un dramma per la sua famiglia: la carestia, forse la morte, non sarebbero ipotesi lontane. Allora si aggrappa alla speranza della fiaba, alla vittoria ottenuta senza combattere, al regalo gratuito, finalmente. Intanto fuori le nuvole continuano ad avvicinarsi, lui lo sa, ma la sospensione del tempo reale attraverso quello della fiaba gli è necessaria per vivere tanto quanto il piatto che mangerà.

Anche noi viviamo sotto costante pericolo di grandine: le nostre nuvole si chiamano crisi economica, disoccupazione, magari solo senso di inadeguatezza ad una realtà sempre più vorace. E anche noi, a sera, indulgiamo alla nostra fiaba, in cui un eroe con armi magiche vince contro i mostri. Tutto ciò è umano. Ma c’è un rischio, quello di far confluire il piano della fiaba dentro quello della realtà. Allora la realtà ci sembrerà sempre magica, cioè non spiegabile, e non solo quando saremo davanti alla tv. E se la realtà è magica, allora è un elemento dato e necessario, e se è cattiva, come in effetti è, sarà per colpa di una strega e del suo maleficio. L’idea che io stesso sia la realtà, che io stesso contribuisca a crearla, che potrei modificarla nella direzione a me gradita con i miei comportamenti, non mi sfiorerà più. È escluso che io possa fare qualcosa con le mie forze, se non aspettare l’arrivo di qualcuno che risolva le cose per me.

Per questo non esulto quando l’inviato di Striscia ne canta quattro al finto mago (ma và!) o al sindaco fannullone. Perché non ho vinto, e non hanno vinto nemmeno i cittadini festanti alle spalle del Gabibbo, hanno solo spostato la direzione della loro riconoscenza passiva dal politico corrotto (ma magari adesso in direzione contraria ai loro interessi) allo scaltro imbonitore. Ma cambiare, non è cambiato niente.

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Questa voce è stata pubblicata il 14/10/2013 da in Società con tag , , , .
Pierluigi Argoneto

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