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Cozze, gruppi e lavaggi di coscienza


cozze

Pranzo con amici. La nostra ospite, cuoca strepitosa, porta in tavola una zuppiera di cozze dall’aspetto sublime (e lo sarà anche il sapore). Fermi tutti, prima una foto. Via, pubblicata su Facebook, e poi è solo risucchi e schiocchi di dita leccate. Ma all’arrivo della pasta siamo già a 12 ’mi piace’.

Ora, necessario disclaimer: il pezzo che segue non è una manifestazione di invidia nei confronti delle cozze da parte di uno che nella sua ormai trimestrale carriera di blogger di ‘mi piace’ non ne ha presi nemmeno un terzo di quanti ne hanno presi gli incolpevoli mitili. No. E inoltre, avendole mangiate, posso dire che contro quelle cozze ci può stare di perdere. Troppo buone. Tuttavia…

La pagina di Facebook è lo strumento moderno per la costruzione dell’identità personale, una vera e propria presentazione di sé al mondo. Una presentazione che ogni giorno diventa più composita, si arricchisce di particolari. Attraverso quello che pubblichiamo, attraverso i ‘mi piace’, il ritratto si definisce. Per un numero infinito di particolari, saremmo noi. E non la rappresentazione di noi, ma proprio noi. Per dirla con Goffman, la presentazione di sé è già il Sé.

Un ‘mi piace’ è quindi un mattoncino di identità. Da un lato ha a che fare con la sfera delle nostre convinzioni, una sfera senz’altro intima. Dall’altro la sua espressione è affidata al semplice calare del dito indice, uno degli atti più comuni nella vita di oggi. Alla lunga non si può non instaurare una coincidenza tra atto e pensiero, significante e significato. E indubbiamente nella direzione di una svalutazione del valore dei secondi, nel nostro caso del significato logico del ‘mi piace’, cioè delle idee che ci definiscono. Il tempo necessario a capire se realmente la cosa A mi piace o meno sarebbe troppo lungo rispetto alla velocità del flusso comunicativo. Intanto clicco. Tanto vado a colpo sicuro. La pizza mi piace. L’ultima canzone mi piace. Fiorello mi piace. La strage di Lampedusa mi piace. O no?

Vi è in effetti una seconda confusione di piani. Se tu pubblichi la foto di un piatto di cozze, io clicco ‘mi piace’ nel senso che mi piacciono le cozze o che mi fa piacere che tu stia per mangiare qualcosa di buono? Se tu denunci gli sprechi dei parlamentari, mi piace lo spreco in sé, il fatto che sia denunciato o il modo in cui tu lo denunci? Intanto clicco. E mi definisco attraverso l’appartenenza di gruppo: sono tra quelli che hanno cliccato ‘mi piace’ all’articolo che denuncia gli sprechi dei parlamentari, e non sono tra quelli che non l’hanno fatto.

Nel 1971 Henry Tajfel conduce un esperimento di psicologia sociale noto con il nome di ‘esperimento di Klee-Kandinskij’, di cui qui trovate maggiori dettagli. Sulla base di un criterio qualunque, ad esempio la predilezione per i dipinti di Klee o di Kandinskij, divide un gruppo di ragazzi in due sottogruppi. I ragazzi non conoscono le scelte gli uni degli altri, quindi ignorano l’identità dei membri dei due sottogruppi. Il compito sperimentale consiste nell’attribuire piccole somme di denaro ad un membro del proprio gruppo e ad un membro dell’altro gruppo, anonimi, identificati solo da un numero di codice. Il risultato dell’esperimento è che la scelta di suddivisione maggiormente praticata non è quella di equa spartizione, né quella di massimo guadagno per il proprio gruppo, bensì quella che garantisce la massima differenza tra il proprio gruppo e l’altro. Particolare importante: anche la scelta di un pittore o dell’altro era stata successivamente manipolata dai ricercatori nella formazione dei gruppi. Tajfel, anche grazie a successivi esperimenti, interpreta questi risultati come effetto di una tendenza naturale, innata, a costruire appena sia possibile una divisione noi/loro (ingroup/outgroup), ed a percepire il gruppo di cui si fa parte come migliore dell’altro.

La teoria dell’identità sociale definisce l’appartenenza a gruppi come l’elemento fondamentale della costruzione dell’identità personale. Non molto diversamente da quanto avviene su Facebook, con la differenza che qui si può entrare a far parte di centinaia di gruppi ogni giorno. La definizione del Sé è continua, al punto che non si può assicurare la coerenza delle scelte di oggi con quelle dell’altro ieri.

Prendere un ‘mi piace’ è facile. Provate a scrivere ‘via i ladri dalla politica’ e vedrete. Qualcuno ha scritto ‘mandiamoli tutti affanculo’ e ha vinto le elezioni. Oppure facciamo un esperimento mentale. Scrivete ‘viva gli onesti’. Immaginate che tutti gli italiani abbiano un account, e che il messaggio arrivi a tutti. Risultato: 60 milioni di ‘mi piace’. In pratica dovremmo vivere nel paradiso delle virtù civiche. Dovremmo vedere gli svedesi che vengono da noi a studiare come si fa. Ma non è così. Perché tanto è un clic. Comunque la ricevuta non la faccio nemmeno se mi sparano. Però clic.

Eppure quel clic non è così innocuo. Con quel clic mi definisco come parte di un gruppo, in questo caso un gruppo di onesti. E per i fenomeni appena descritti, l’identificazione con l’ingroup è talmente forte da introdurre delle fallacie cognitive nel mio steso pensiero. Non è uno scherzo. È chiaro che il mio cervello non si dimentica del fatto che sono un evasore, però sono anche parte del gruppo di quelli che hanno cliccato ‘viva gli onesti’. Certamente le cose non hanno lo stesso peso, e però…

Del successo dei moderni urlatori di vaffa mi colpisce questo. Se davvero fossimo tutti d’accordo, ma nel profondo, non ci sarebbe uno stato di cose talmente orribile da richiedere un vaffa. Ma quando ci viene proposta la scelta, come non schierarci della loro parte? I disonesti a casa! E perché no? i ladri in carcere? Benissimo! Sia messo agli atti, ho detto ‘i disonesti a casa’, ho cliccato ‘mi piace’, ho votato ‘vaffa’. E sto nel gruppo dei giusti. Con la coscienza pulita. Poi sì, ogni tanto evado le tasse. Ma quello mica lo metto in bacheca.

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Questa voce è stata pubblicata il 27/10/2013 da in Politica, Società con tag , , , , .
Pierluigi Argoneto

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