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La strada per casa mia e la leggerezza delle cose


nighthawks-parodie-010A me i ragionamenti migliori vengono mentre guido, che è anche pericoloso perché mi distraggo e perché ho sempre l’istinto di cercare qualcosa, una penna e un foglio di carta, il telefonino, per appuntarmeli. Ogni volta mi dico che devo lasciare in macchina un registratore audio ma poi non lo faccio mai. Comunque l’altro giorno appunto guidavo, come sempre con la destra sul cambio e il corpo un po’ sbieco a sinistra, e guardavo fuori quello che mi scorreva di lato. La strada che dal centro città porta a casa mia è tipica del centro-sud, tra un abitato e l’altro non c’è la campagna, o meglio c’è la campagna ma è discontinua, interrotta continuamente e mangiucchiata da costruzioni, costruzioni, costruzioni il cui ordito si allunga come i tentacoli di una medusa biancastra in un mare verde. Questo pensavo, che non si saprebbe come definire questa porzione di spazio, che non è un paese ma nemmeno soltanto una strada, e intanto superavo nell’ordine una villetta con giardino, un capannone di un gommista, un vivaio sulla destra, una casa in calcestruzzo, una pompa di benzina, un prefabbricato che ospita un bar sulla sinistra. E mi domandavo come deve essere vivere lungo una strada, non poter dire con esattezza da quale posto si viene, a quale si appartiene, e se questo provochi delle conseguenze sulle persone. E poi guardavo gli oggetti davanti alle costruzioni, furgoni bianchi con la vernice scrostata, un dondolo di plastica, un piccolo trattore verde scuro, un pallone arancione, un tavolo di plastica con un ombrello rosso, cartelli, molti cartelli orizzontali e verticali e di diversi colori, un’automobile berlina di grossa cilindrata e un Suv, secchi per l’immondizia e secchi in generale, uno con una scopa infilata dentro. E ho capito che quello che non mi tornava era che non sapevo come definire questa strada che pure è la strada per casa mia, se fosse una strada allegra o triste, buona o cattiva, soprattutto se fosse ricca o povera.

E ho concluso due cose: che la strada mente, e che ha paura. Mente sulla sua reale condizione, sulla sua provenienza, è una donna di campagna che guarda le attrici in tv e si copre di gioielli di plastica. E ha paura di tutto, ha paura di guardarsi allo specchio e scoprirsi per quella che è, ma ha paura anche di mostrarsi perché sa di essere ridicola. Non va avanti né indietro. È insincera e allo stesso tempo tenera. Resta sospesa, impacciata, e può parlare solo con quelli come lei. Forse con questo che parcheggia la bmw per andare a giocare al videopoker sotto un’insegna luminosa di quattro metri. Si, in fin dei conti è povera. Ma non di cose, piuttosto della capacità di usarle, di trarne un senso. Un senso per una strada può essere la capacità di aggregare le persone, o la bellezza del paesaggio, che basta a se stessa. E il senso non dipende dalla quantità di cose, ma dal loro peso.

E le persone che vivono su questa strada, sarà la suggestione del pensiero, per quello che le conosco mi pare che le assomiglino. Possiedono cose, altre ne comprano o costruiscono, ma aumentano il numero e non il peso. L’uomo, l’homo sapiens, è un animale simbolico. Vive la realtà ma senza poterla conoscere nel suo significato oggettivo, bensì solo in quello che le associa tramite il filtro della cultura, del suo sistema di simboli. Le cose sono cose, ma sono anche qualcos’altro. Hanno ognuna differente densità, a volumi uguali non corrisponde uguale peso. Per questo una strada riempita di cose può essere povera. Come un uomo che ha aumentato la capacità di avere cose, e di gestirle. Ma non ha aumentata, o non altrettanto, la capacità di gestire i significati. Dividere per un numero maggiore di cose una stessa quantità di valore significa attribuirne una quota minore ad ognuna. Le cose, gli eventi, si svalutano nelle mani di chi li vive. Se nessuna cosa ha valore, nessuna ha importanza, e nessuna ci potrà soddisfare. Allora si corre a cercarne altre, ma il processo rischia di non avere una fine, e ad ogni passo ci si ritrova caduti in una maggiore indigenza, un’indigenza simbolica.

Io questi anni li vedo così, come una continua aggiunta di cose, ma diminuendo il peso. E nei prossimi post vorrei cercare di analizzare alcune di queste cose sempre più leggere. Naturalmente cercando di non cadere nel sapere nostalgico, perché quando si stava peggio si stava peggio, ma ora che si sta meglio perché non concedersi il lusso di ragionare?

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Questa voce è stata pubblicata il 10/11/2013 da in Società con tag , , , .
Pierluigi Argoneto

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