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Occhi da tigre e dinosauri


dinosMi trovo per caso ad una partita di pallavolo tra ragazzine di 13 anni.

Guardo qualche punto, alcune sono brave, altre meno. Tutte mi sembrano un po’ molli. Aspettano la palla, non le vanno incontro. Sono contente se fanno un punto, ma se sbagliano non sembrano deluse, o innervosite. Non si incitano tra loro e non si rimproverano. Niente occhi da tigre insomma.

Lo faccio notare al tizio alla mia destra, che mi sembra abbastanza rilassato per essere un genitore, ha solo gridato un paio di volte ‘e dai, cazzo!’. Ma solo quello.

Lui è d’accordo con me: ‘io glielo dico sempre a mia figlia, che non deve stare là in mezzo ritta come un palo e basta’. ‘Forza, a papà, vai! Grintosa!’

La ragazzina lo guarda, sorride, stringe gli occhi e mette un pezzo di lingua fuori dalle labbra, si getta sulla prima palla con più slancio, poi torna come prima. Il papà ha un sussulto, poi atterra rassegnato.

La partita finisce. Ci salutiamo. ‘Noi da giovani eravamo diversi’ mi fa. Io annuisco ma non trovo da rispondere. Ci stavo giusto pensando. Avvicinandomi per stringergli la mano, mi era venuta in mente la stessa frase. Poi mi sono ricordato di averla sentita dire anche a mio padre, riferendosi a me o a mia sorella.

Lo vedo allontanarsi verso il bordo del campo. Davanti alla panchina c’è la figlia, parla con le amiche e stringe già in mano lo smartphone. Si muove come un’adulta. Cerco di visualizzare come dovevo essere io a tredici anni. Di sicuro non sembravo un adulto, neanche una riproduzione in scala. Forse è vero, all’epoca avevo più spirito agonistico rispetto a queste ragazzine, ma comunque meno di quanto ne avesse mio padre alla stessa età.

Cos’è che determina il nostro modo di essere? Quanto contano le caratteristiche innate? Se il papà che ora aspetta sua figlia ha ragione, e davvero lo spirito agonistico sta calando nel susseguirsi delle generazioni, allora vuol dire che non è un carattere innato, è solo qualcosa che si sviluppa in dipendenza delle circostanze.

Magari gli atteggiamenti seguono una legge dell’evoluzione, quelli che sono utili alla sopravvivenza vengono mantenuti, a discapito di altri non più funzionali. Magari oggi lo spirito agonistico non serve più, mentre è fondamentale saper gestire decine di relazioni sociali già da bambini.

Mi domando se all’epoca di mio padre, dopo la guerra, la società richiedesse spirito agonistico più di quanto non faccia ora. Mi sembra un pensiero innaturale, perché ovunque sentiamo ripetere che la società moderna, così veloce, esaspera la competitività in maniera spietata.

Ma forse, dopo la guerra, c’era ancora spazio per l’individualismo. Si poteva pensare di emergere, dimostrandosi migliori degli altri, in una competizione ancora affrontabile, alla portata di chi avesse la necessaria forza di volontà. Oggi questo pensiero è più difficile, richiede maggiore coraggio. Christopher Lasch parla di contrazione ad un io minimo (qui qualche approfondimento); scrive: ‘questa sensazione di essere agiti da forze esterne incontrollabili spinge a un’altra forma di equipaggiamento morale, all’abbandono dell’io assediato, per rifugiarsi nei panni di un osservatore distaccato, stupefatto, ironico. Sentire che quello che sta succedendo non succede a me mi aiuta a proteggermi dal dolore e a controllare le espressioni di risentimento e di ribellione che servirebbero solo a procurarmi altre torture da parte di chi mi tiene prigioniero’.

Le ragazzine che non si spaccano le ginocchia per recuperare una palla forse hanno esattamente il corredo emozionale che serve per farcela, sono le più adatte (darwinisticamente) al mondo in cui vivono. Un mondo che è stato preparato per loro da chi, dagli spalti, non le comprende. Sto per andare a dirlo al mio amico papà: ‘lasciala stare, i dinosauri siamo noi’, ma è già saltellato via.

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3 commenti su “Occhi da tigre e dinosauri

  1. Paola
    28/11/2013

    …non solo lo spirito di competizione si sta estinguendo ma anche la capacità di affrontare la vita con uno spirito attivo, presente, responsabile (il buon vecchio “partecipare”, “dare il meglio di se stessi” etc…)….
    Probabilmente adesso una buona parte della competizione giovanile (grazie al cielo non vale per tutti) si è spostata su livelli diversi, imposti dalle mode (cellulare più prestazionale, vincere al Grande Fratello etc…) .
    Tutte cose che non dipendono più da ciò che si è, ma da ciò che si ha….
    Da neo mamma (e quindi educatrice) non voglio arrendermi a questa triste “tendenza evolutiva”…
    Perdonate se sono andata fuori tema…

    • ma-perchè
      30/11/2013

      … e ciò che si ha giustifica quello che si fa! Partecipare al grande fratello e fare orgogliosamente la figura degli ignoranti, vivere nell’harem delle olgettine, prostituirsi a 13 anni. tutto pur di avere e quindi essere. Perchè il messaggio è che ciò che siamo dipende da quello che abbiamo e non da quello che facciamo. La pubblicità di una nota marca di automobili recita “vivi rock: comprati la nostra macchina”. Cioè vuoi essere un ribelle, un trasgressivo? Comprati la nostra auto e lo sarai. (scusate, forse sono uscito fuori tema anche io)

    • diversipensieri
      30/11/2013

      la domanda che avrei voluto fare quel papà (e quindi a me steso) era: ma tu lotti davvero per le cose che ritieni importanti o a tua volta te ne stai un po’ imbambolato? (e la risposta non è rassicurante). Ma un’altra domanda importante è: siamo davvero convinti che la nostra società sia peggiore di quella dei nostri padri, per il fatto di avere meno spirito competitivo? Io non credo, perché rispetto ad allora sono maggiormente sviluppate altre facoltà, un esempio per tutti l’attenzione per i diritti civili. Alcune cose che io oggi vedo chiaramente erano invisibili per mio padre, aveva occhiali diversi. Forse anche i nostri occhiali coprono alcune cose che domani saranno chiare ai ragazzini di oggi. CI dobbiamo fidare.

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Questa voce è stata pubblicata il 27/11/2013 da in Società con tag , , , .
Pierluigi Argoneto

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