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Un amico mio e i piccoli Savonarola


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C’è questo mio amico, un caro amico che vive in un’altra città. Con cadenza circa mensile tira fuori il nome di una donna diversa. Alcune le ho conosciute, erano carine ed intelligenti (non sono uno che si entusiasma facilmente, forse qualcuna meritava aggettivi più enfatici). Allora gli chiedo: e quella di prima? E anticipando la risposta: l’ho tagliata. Perché? Mhà… non mi entusiasmava, non mi suscitava, non mi diceva, insomma l’ho tagliata. E vabbè (non sono uno che partecipa tanto, nemmeno).

E insomma, lettori cari lo avrete già capito, soprattutto se siete lettrici, insomma io sospetto che questo mio amico stia cercando qualcosa che non troverà mai. E che lo stia facendo consapevolmente, magari non coscientemente ma comunque a bella posta, per fuggire un incontro che lo atterrisce. Per allontanare il giorno in cui dovrà accettare l’imperfezione nell’altro e quindi in sé, e lavorare su quella. Non sognare ancora di diventare astronauta ma accettare di essere un rappresentante di commercio, e sudare ogni giorno per essere un ottimo rappresentante di commercio. Diventare adulto. (Tutto questo gliel’ho detto, non sono uno che non dice, almeno).

Penso sempre a questo mio amico quando osservo i piccoli Savonarola che predicano dai loro pulpiti web. I piccoli Savonarola sono (per me) quelli che pensano che un ministro si debba dimettere per una multa in sosta vietata. Al rogo, al rogo. O, come direbbe il mio amico… tagliata. I piccoli Savonarola non contemplano possibilità di errore. Vivono in un’ansia di perfezione millenarista. Verrà il giorno, gridano dai pulpitini dei profili twitter, verrà il giorno, muovendo l’indice ammonitore su e giù, che i ministri non faranno nemmeno una telefonata per un loro amico. Anzi verrà il giorno, e per quello ti preghiamo Nostro Signore della democrazia telematica, che i ministri non avranno amici. E conosceremo allora la perfezione dell’amministrazione pubblica.

Ora, tutti noi sappiamo che Savonarola, quello vero, un po’ di ragione ce l’aveva. Nella Firenze del suo tempo la corruzione e la decadenza dei costumi erano di casa. Eppure io non vorrei vivere nella società da lui sognata; non lo vollero neppure i suoi concittadini, gli stessi che lo avevano osannato durante le prediche infuocate, quando toccò a loro vivere nell’ansia della perfezione e del peccato mortale (mortale in terra, non in cielo). Infatti lo fecero fuori. Le società utopiche di questo tipo hanno sempre fallito perché mettere a morte, o costringere alle dimissioni, o… tagliare, è semplice. Capire che la possibilità di errore fa parte della natura umana e lavorarci, comprendere, riconoscere nella imperfezione dell’altro la propria, è più difficile.

Una persona che non aiutasse (entro i limiti della legalità) un amico in difficoltà, io non solo non vorrei averla come ministro della mia Repubblica, non la vorrei nemmeno come benzinaio. Uno che supponga di poter gestire un incarico in cui si prendono cento decisioni al giorno senza sbagliarne una, lo segnalerei al sindaco per valutare il ricovero coatto. Uno che sogni al governo uomini così, se me lo permettete, mi puzza di fascista. D’altra parte, nel paese che immagino io, un ministro che commette un errore lo ammette e rende pubblica l’emenda. Ma è chiaro che questo ha senso solo se c’è una maturità diffusa. In un clima di caccia alle streghe, chi ammetterebbe di aver accarezzato un gatto nero?

La perfezione, i bambini non lo sanno ma gli adulti si, non esiste. Chi ne sventola la bandiera alla fine non migliora il mondo. La Firenze corrotta contro la quale Savonarola si scagliava era anche la Firenze di Lorenzo il Magnifico. Chi indica al popolo un ideale di perfezione che non esiste, non può esistere, continua a distoglierlo dal lavoro che c’è da fare, ora e qui, umile, continuo, per migliorare il mondo corrotto, rendendolo un posto meno corrotto, e nel quale si potrà pure trovare piacere e divertimento.

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Questa voce è stata pubblicata il 16/12/2013 da in Società con tag , , , , .
Pierluigi Argoneto

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