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Lo smartphone e il calderone


ImageOvvero considerazioni su Stamina prima che ne parlino a Presadiretta

Considerazione 1. Poteva funzionare? Era davvero possibile che fosse stata scoperta la cura per il cancro? Al di fuori del circuito della medicina ufficiale, delle sperimentazioni, dei laboratori di ricerca? La risposta, brutale forse ma evidente, è una sola, lo è stata dall’inizio di tutta la vicenda: no, non era possibile, non c’era nessuna possibilità che fosse vero.


Eppure molti ci avevano creduto; non solo malati, nella loro ansia accecante di vita, o loro parenti, ma persone in condizione di piena lucidità, cittadini, la gente. Cosa racconta di noi questa vicenda? Come si deve interpretare il fatto che migliaia di persone, pur vivendo circondate da processori al silicio e treni superveloci, diano credito alle parole di un imbonitore senza prima verificarne i titoli, il metodo, il merito?

Che Popper fosse morto invano, lo si poteva forse immaginare. La psicanalisi e l’astrologia, due delle discipline da lui indicate come pseudoscienze, sono oggi ben radicate nella nostra cultura, che curiosamente invadono servendosi di tutte le tecnologie e gli strumenti prodotti dalle scienze proprie, quelle che devono fare i conti con il principio di falsificazione, che rischiano di buttare nel cestino anni di lavoro intorno ad un’ipotesi per un singolo risultato sperimentale che la smentisca. L’astrologia invece non fallisce mai, avvera ogni propria ipotesi, semplicemente perché può interpretare in maniera ambigua ogni evento e il suo contrario. Ma la domanda è un’altra: qual è la soglia di ingenuità tollerabile per un membro attivo, libero, della società? È una domanda seria, si tratta di mettere al sicuro se stessi ed i propri figli da individui che possono essere pericolosi per sé e per gli altri. Esistono, e a pieno diritto, persone che non sono in grado di interpretare tutti i segni della realtà; ma sono seguite da specialisti. Al mio paese c’era un matto; se fosse arrivato in piazza un carrozzone di un ciarlatano che avesse cercato di vendere pozioni per diventare invisibili, lui ne avrebbe comprata qualche bottiglia; ma era in cura presso l’ospedale, se avesse avuto un figlio forse non ne avrebbe conservata la potestà, non credo che votasse. E se lo stesso carrozzone fosse ripassato l’anno successivo, lui ci sarebbe ricascato. E quelli che non si ricordano del dottor Di Bella? Quelli possono votare? Siamo sicuri?

È singolare come sia ancora forte nell’immaginario collettivo il mito dello scienziato che concepisce un sistema dell’universo sotto un melo, o che da solo nel suo laboratorio travasa alambicchi per ottenere strane sostanze. Questo tipo di scienza non è più pensabile, se mai è esistita. Galileo e Keplero erano contemporanei e leggevano l’uno i libri dell’altro, ed entrambi quelli di Copernico. Ma quello dello scienziato folle è solo uno degli stereotipi; ve ne sono almeno altri due. In primo luogo quello del ribelle, di colui che sfida le convenzioni, il sistema, la burocrazia, e va da solo verso la soluzione, la vittoria; un mito dalle origini talmente antiche da non poter forse essere rintracciate (e particolarmente caro agli sceneggiatori di Hollywood). L’altro stereotipo è più recente, ed è quello del complotto, quello per cui la cura per il cancro esisterebbe ma sarebbe ben nascosta nei cassetti delle multinazionali, in una trama oscura che lega tutte le case farmaceutiche, tutti gli scienziati e tutti i governi del mondo (devo dire che io stesso indulgo talvolta a questo stereotipo quando penso che si possono clonare gli animali ma non si può arrestare la caduta dei capelli). Stereotipi duri a morire ma che non aiutano a comprendere un mondo definitivamente connesso in cui la scienza procede per accumulazione di risultati e solo grazie al rigore della condivisione di tali risultati nella comunità dei pari.

Considerazione 2. La libertà delle cure. Cioè, se voglio curarmi l’epatite con la tisana al finocchietto sono libero di farlo. Lo Stato no; lo Stato deve garantire il diritto alla salute di ogni cittadino, e tuttavia non lascia al cittadino la scelta del protocollo di cura. Semplicemente perché vi sono alcune cure che funzionano, e quindi vanno in direzione della garanzia del diritto alla salute, ed altre che non funzionano, e quindi negano tale diritto. Possiamo esserne completamente sicuri? Popperianamente, no; ma la scientificità è certamente il criterio di scelta più logico al quale uno stato garante si possa affidare quando il cittadino si rivolge ad esso. Se invece il cittadino si cura da solo, può fare come gli pare. Però… però l’istigazione al suicidio è un reato. E allora suggerire a qualcuno di curarsi con un protocollo che si è dimostrato (scientificamente, anche se sempre popperianamente) dannoso o potenzialmente letale per persone già malate, non è un reato anche quello? Lo stato deve tollerarlo o intervenire? È un’invasione accettabile della propria sfera privata o no?

Considerazione 3. I mezzi di comunicazione. Chi aiuta i cittadini a formarsi un’opinione, quale sistema di valori deve avere come riferimento? Nel momento in cui centomila persone cadono preda di un’allucinazione collettiva, i media devono limitarsi a riferire la notizia come un semplice fatto di cronaca? Non c’è il rischio, in questo caso, che la sola pubblicazione sui giornali avalli il fatto come vero agli occhi dei lettori o di una parte di essi? Non dovrebbero pubblicare un articolo almeno di pari lunghezza che spieghi che il fenomeno è inesistente, falso? O dovrebbe essere scontato? E se infine un mezzo di comunicazione, una rubrica di un giornale o una trasmissione televisiva, prendesse pubblicamente posizione insistendo che l’allucinazione sia in realtà vera, come dovrebbe poi emendarsi quando venga dimostrato il contrario? Non sarebbe più onesto chiudere per manifesta incompetenza, soprattutto se la rubrica o la trasmissione in questione sono tra quelle che vanno in giro a cercare (legittimamente) gli errori degli altri?

In effetti tra un paio di mesi sarà interessante tornare sulla questione con una Considerazione 4: quanto presto dimenticheremo tutto ciò? Con quanto entusiasmo correremo incontro al prossimo carrozzone?

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Questa voce è stata pubblicata il 12/01/2014 da in Società con tag , , , .
Pierluigi Argoneto

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il ragionevole dubbio

Un tentativo di lettura critica su scienza, salute, quotidianità e amenità varie

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“Noi possiamo fottercene della politica ma sarà la politica che si fotte noi” S.B.

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