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La grande Pannocchia


imagesC’è Italia-Spagna e i calciatori cantano l’inno nazionale. Canticchia pure il mio amico. Dov’è la vittoria, le porga la chioma, siam pronti alla morte, Italia chiamò. Paroloni, gli faccio. È l’inno, mica ci si ammazza davvero, risponde. È per tifare. Per l’orgoglio di essere italiani. Appunto. Ma perché, non tifi per l’Italia? Che c’entra, tifo, ma gli spagnoli a me non mi hanno fatto niente. E che vuol dire? Niente infatti, solo che ultimamente nelle appartenenze non mi ci ritrovo tanto. Vabbè, guardiamoci la partita (per qualche motivo guardare una partita di calcio mi piacerà sempre, dev’essere una cosa genetica).

Ma all’intervallo gli domando: com’era la storia dell’orgoglio di essere italiano? Orgoglio e basta, ma perché tu manco più questo? Si si, anzi no, non lo so. Ma il Paese di Michelangelo, di Dante…. Ma ai tempi loro l’Italia nemmeno esisteva, e poi sono tutti morti, e da mò; che merito abbiamo noi? Saranno pure morti, ma hanno lasciato delle cose straordinarie che ci rendono migliori per il solo fatto di conoscerle. Ma allora se un bambino cinese viene portato in Italia da piccolo e cresce circondato da immagini di Michelangelo… anche lui… Si ma quel bambino sarebbe italiano. Allora portiamo tutti i bambini del mondo in Italia. Ma che cazzo stai a dì? Comincia il secondo tempo. Meno male.

Mi sono tenuto il tarlo. E me lo sono fatto uscire di nuovo parlando dell’oscar a Sorrentino. Dice: non sei contento? Bò, buon per lui, ma se il film migliore fosse stato boliviano io non ci avrei trovato nulla da ridire. Ma la grande bellezza? E pure quella, sempre cose fatte da gente morta. Ma adesso, nelle cose fatte adesso, vedi tutta sta bellezza? In effetti no. E il nostro orgoglio, o la nostra vergogna, non dipendono da quello che facciamo noi adesso piuttosto che da quello che hanno fatto i nonni dei nostri nonni? (che poi il nonno di mio nonno era un semplice contadino e non Michelangelo). Ahò, e che ti devo dì, fatti francese.

Ma non è quello. Essere italiano mi va benissimo in realtà. Il fatto è che essere italiano è un caso. Essere italiano significa nascere a Trieste in un certo anno e non in un altro. E poi cos’è l’Italia? Chi ha deciso che si debba chiamare Italia? E se io la volessi chiamare Pannocchia? E chi ha deciso che si deve chiamare Italia proprio questa porzione di territorio? Che il confine siano le Alpi? È solo perché sono un confine naturale? Non sarebbe un bel confine naturale anche il Danubio, o l’Atlantico? Cosa c’è di giusto o di sbagliato nell’uno o nell’altro caso? Niente in nessuno dei due casi, perché tanto è una convenzione. È solo un accordo tra tutti gli esseri umani. Per stabilire certe cose una volta per tutte e andare avanti, dedicarsi ad altro. In effetti i confini potrebbero essere diversi, se tutti fossero d’accordo.

E in fondo che cos’è un confine se non una convenzione? Una semplice costruzione della mente. Forse una necessità della mente, altrimenti l’indefinitezza ci atterrirebbe. Ma pur sempre un prodotto del cervello, fatto di certe correnti che passano dentro certe cellule. Ma perché il confine sia valido la stessa costruzione, lo stesso giro di correnti, o uno molto simile, deve essere dentro le teste di più persone che sono d’accordo a rispettare quella certa convenzione.

E allora io che faccio? Prendo il confine e lo sposto di 1 metro ogni giorno. Magari la cosa si viene a sapere, ma magari tutti dicono: e che vuoi che sia 1 metro, l’Italia è sempre Italia, la Francia è sempre Francia, pensiamo a tutte le altre cose da fare, le bollette, i bambini da prendere a scuola. Ma io tutti i giorni lo sposto di 1 metro. E magari tutti sono troppo pigri, o presi da altre cose, e piuttosto che venire a fermarmi preferiscono cambiare la convenzione, modificare il giro della corrente nella loro testa. E il nuovo confine è già di fatto il nuovo limite dell’Italia, e io insisto, e ogni giorno lo sposto di un metro. In 100 anni ho preso Nizza. Senza sparare. In diecimila anni Parigi. Basta avere pazienza. In un’era geologica tutto il mondo è sotto gli stessi confini. E tutti sono d’accordo. Allora, dico io, mettiamoci d’accordo anche per velocizzare un po’.

Perché essere quello che si è, è un caso. Ciò che non si è, è solo una possibilità mancata. La differenza tra essere italiano o francese è 1 metro. Tra essere uomo o donna è 1 cromosoma. Tra essere uomo o babbuino è uno 0,05% di geni. Tra essere ricco o povero un incontro fortunato. Tra essere sani di mente o folli tante volte non è niente.

Ma questo significa che non ci sono differenze, tra nessuno? E tra un assassino e un santo, non c’è una differenza enorme? Si ma è appunto l’unica differenza che conta, quella basata sul comportamento di ciascuno. Perché finché ci si riconosce diversi, i comportamenti possono essere attribuiti a questa diversità, se ci si riconosce uguali i comportamenti sono sempre e soltanto scelte individuali. E quindi, che tu sia nato sotto il David o no, se butti la munnezza per strada sempre stronzo sei.

Tutto giusto, mi fa il mio amico. Ma poi per chi si tifa?

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Questa voce è stata pubblicata il 09/03/2014 da in Società con tag , , , .
Pierluigi Argoneto

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Un tentativo di lettura critica su scienza, salute, quotidianità e amenità varie

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