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Tricolori al vento e teoria dei cluster


Si definisce clustering un insieme di tecniche per creare gruppi omogenei a partire da un insieme disordinato di dati. Immaginate di voler suddividere in quattro gruppi l’insieme di tutti i vostri amici. Potreste decidere di fare una prima suddivisione in base al sesso; in questo caso, Giovanni e Maria saranno sempre in due gruppi distinti. Potreste poi suddividere ciascuno dei due gruppi in base all’altezza, maggiore o minore di 1 metro e 70; così Giovanni sarà nello stesso gruppo di Alberto ma non in quello di Giuseppe che è un po’ nano. Potreste continuare, inventando altri criteri di suddivisione fino a creare gruppi poco numerosi, o fermarvi: se avete cominciato da 100 amici, ci sarà almeno un gruppo con più di 25 elementi. Ripetendo l’esercizio con altri criteri, ad esempio prima l’altezza e poi il fatto di avere un nome che comincia per consonante o per vocale, Giovanni sarebbe nello stesso gruppo di Maria ma non in quello di Alberto. Infine potete prendere i gruppi così ottenuti e raggrupparli di nuovo, in base a criteri a vostra scelta, formando dei cluster più grandi. In tutti i casi, è l’autore della suddivisione che decide quanti gruppi formare, la loro dimensione e secondo quali criteri accorpare o scindere gli elementi. In maniera per lui logica, e tuttavia arbitraria.

Un esempio tipico di clustering è la suddivisione dello spazio. Quando in autostrada si incontrano i cartelli che decretano la fine della Toscana e l’inizio dell’Umbria, ci si può chiedere: perché qui? Perché non cinque chilometri fa? Perché il paesino che abbiamo appena superato fa parte della Toscana e quello che incontreremo tra un minuto fa parte dell’Umbria? Non sono tra loro più simili per storia, tradizioni, lingua, di quanto ognuno dei due lo sia rispetto a Firenze o Perugia? La risposta è semplice: da qualche parte il confine bisognava pur metterlo, e qualcuno, arbitrariamente anche se seguendo una logica, una delle tante logiche possibili, ha deciso che fosse lì. E non potrebbero, questi paesini così simili tra loro e diversi dai capoluoghi, formare un nuovo gruppo, una regione, insieme agli altri paesini a loro vicini? Si, ma questa nuova regione avrebbe dei confini, e proprio sul confine ci sarebbe un paesino che somiglia molto a uno che si trova appena fuori la regione e meno ai primi due da cui tutto è iniziato. Allora forse sarebbe meglio creare una nuova regione che…. e così via all’infinito.

Quindi le strade sono tre: o continuiamo a dividere i cluster ancora ed ancora, fino a raggiungere le singole unità elementari (e così abbiamo praticamente collassato i confini), o continuiamo a raggruppare elementi ingrandendo i cluster fino ad ottenere un unico gruppo (e così li abbiamo dissolti) o ci mettiamo in testa che la suddivisione che  siamo abituati a vedere è solo una delle tante possibili, che forse non vale la pena cambiarla per comodità, ma che non è stabilita dalla natura né da nessun ente superiore se non le vicende storiche, che sono andate così ma potevano anche andare cosà.

Quindi, se per una botta di culo sei nato in un posto che, nello stesso momento storico in cui sei venuto al mondo, si trova in un gruppo in cui c’è pace e cibo e comodità per tutti, quando senti qualcuno pronunciare la parola ‘clandestino’ raccontagli della teoria dei cluster.

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Questa voce è stata pubblicata il 25/05/2014 da in Politica, Società con tag , , , .
Pierluigi Argoneto

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Un tentativo di lettura critica su scienza, salute, quotidianità e amenità varie

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“Noi possiamo fottercene della politica ma sarà la politica che si fotte noi” S.B.

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