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Una morte è una morte è una morte


La recente morte del reporter americano James Foley, decapitato dai membri dell’ISIS, mi ha fatto tornare in mente la vicenda di Fabrizio Quattrocchi, la guardia di sicurezza privata rapita ed uccisa in Iraq nel 2004 e divenuta famosa per aver pronunciato, prima di ricevere le due pallottole, la frase: ‘adesso vi mostro come muore un italiano’.

Aver pronunciato queste parole valse a Quattrocchi una medaglia d’oro al valor civile nel 2006. Io non ci ho mai potuto pensare, perché uno in punto di morte può dire quello che vuole, ma gli altri dovrebbero essere abbastanza lucidi da capire le conseguenze delle parole. Invece niente, retorica.

La frase ‘adesso vi mostro come muore un italiano’ non ha nessun senso. Che un italiano muoia in maniera diversa da un belga è, semplicemente, una cosa inesatta. A livello fisico sono gli stessi processi che si fermano, lo stesso fiato che si spegne, la stessa carne che si raffredda e si disfa. Le relazioni che si lasciano, l’amore che si manda sprecato, anche quello è lo stesso. La bella morte, quella in cui si dimostrano coraggio e lucidità nell’attimo fatale, è assai probabile che non interessi a nessuno nell’altra vita, seppure esiste[1]. Una morte è una morte e solo quello purtroppo, il sempre inspiegato, l’irrazionale che sfonda la porta, puro spreco, entropia, e l’entropia se ne fotte se hai preso una pallottola in testa o la polmonite. L’entropia non riconosce meriti e fa bene, perché non ce ne sono.

Oltre al senso letterale, anche quello simbolico mi è sempre sfuggito o sembrato ridicolo. Io non mi sento lusingato nella mia italianità perché un connazionale non ha pianto, non ha implorato i suoi assassini, prima che gli sparassero. Se l’avesse fatto non avrei avuto meno stima di lui. Il coraggio è un’altra cosa, innanzitutto, e poi, ecco questo è quello che mi fa proprio impazzire, se uno il coraggio non ce l’ha, allora la sua morte vale di meno? Ma perché, valeva di meno la sua vita?

Tutto questo sembra controintuitivo. Perché siamo imbottiti di retorica (pensiamo che esistano gli  italiani ed i belgi, è tutto dire), di malinteso senso della virilità (non si piange), di superbia (quelli del mio gruppo non piangono, quelli del tuo gruppo si) perfino in punto di morte. Ma è proprio questa retorica che muove gli eventi fino al punto di avere l’uno la pistola alla tempia dell’altro. La logica dell’italiano che muore meglio, la logica che cerca di stabilire una classifica tra membri della stessa specie (e razza![2]) perfino di fronte all’evento estremo, è la stessa logica di chi preme il grilletto perché lui possiede la vera fede e gli altri no[3].

 

 

[1] Nell’aldilà sicuramente tutti amano la vita. E comunque avranno misericordia per quello che avremo detto in punto di morte. Credo.

[2] A differenza di altre specie animali, le differenze genetiche tra i vari membri della specie umana sono trascurabili per cui non ha significato scientifico parlare di razze.

[3] Ovviamente, un assassino è un assassino è un assassino. La responsabilità è evidente e non è oggetto del post.

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Questa voce è stata pubblicata il 23/08/2014 da in Società.
Pierluigi Argoneto

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