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Terroristi incorporati


Da alcuni giorni le notizie sull’ISIS non sono più in prima pagina sui giornali. C’è l’ebola, d’accordo, e c’è super Renzi, ma c’è anche l’assedio, da parte dei jihadisti, della città di Kobane, forse conquistata e forse poi persa e nelle cui strade sembra si stia ancora combattendo, con l’inevitabile carico di morti.

Ma si è scritto da molte parti come l’ISIS sia un’organizzazione particolarmente attenta alla comunicazione anche attraverso gli strumenti più moderni, e non mi stupirebbe che i leader stiano pensando ai tempi e modi più adeguati per ritornare trend topic. Analizzando la storia degli ultimi mesi, c’è purtroppo un modo molto semplice per riuscirci: ogni volta che hanno mostrato una decapitazione, i terroristi hanno avuto la certezza di controllare la stampa occidentale: prima pagina assicurata. L’assedio di una città sconosciuta e lontana, oltre ad essere molto più dispendioso, non produce gli stessi effetti di terrore; anzi, ciò che è l’obiettivo degli addetti stampa del califfato, di controllo del terrore.

Si crea in realtà un circolo vizioso, che aggiunge alla linea usuale: evento -> cronaca una nuova linea in senso inverso. Cioè: io uccido e quindi tu racconti il fatto (linea classica della cronaca giornalistica), ma anche: tu non racconti, o non racconti più, dunque io uccido.

Il terrorista, immaginandolo personificato, si trova così in un certo senso a controllare i mezzi di comunicazione di massa, ma anche a vivere una situazione ansiogena per lui nuova, quella dello sceneggiatore costretto ad inventare situazioni sempre più estreme per evitare l’effetto ‘già visto’.

Ho ritrovato un brano del romanzo ‘Mao II’, pubblicato nel 1991[1], in cui Don DeLillo scrive:

‘In società ridotte allo sperpero e alla sovrabbondanza, il terrore è l’unica azione significativa. C’è troppo di tutto, ci sono più cose e messaggi e significati di quanti ne possiamo usare in diecimila vite. Inerzia e isteria. E’ possibile la storia? C’è qualche persona seria? Chi dobbiamo prendere sul serio? Solo il credente letale, la persona che uccide e muore per la fede. Tutto il resto viene assorbito. L’artista viene assorbito. Il pazzo per strada viene assorbito, trasformato e incorporato. Gli dai un dollaro, lo metti in uno spot televisivo. Solo il terrorista resta fuori. La cultura non ha ancora trovato un modo di assimilarlo. E’ sconcertante quando uccidono l’innocente. Ma questo è precisamente il linguaggio per essere notati, l’unico linguaggio che l’Occidente comprenda. E poi il modo che hanno di determinare l’idea che ci facciamo sul loro conto. Il modo che hanno di dominare il flusso interminabile delle immagini’.

23 anni fa la sensibilità dell’artista poteva già prevedere come sarebbero evoluti i significati simbolici, ma non poteva prevedere lo sviluppo della tecnica. La possibilità di raccontarsi in maniera istantanea e di includere questo racconto nel flusso globale è forse al momento l’unica possibilità di incorporazione del terrorismo che si offre all’occidente.

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[1] Non è questo ciò che contraddistingue un intellettuale, la capacità di dire con (abbondante) anticipo ciò che è già intuibile nei segni dei tempi ma che nessuno è ancora arrivato ad esprimere?

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Questa voce è stata pubblicata il 16/10/2014 da in Società con tag , , , .
Pierluigi Argoneto

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