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La bella vita dei fortunati


C’era una volta, in un paese lontano, il signor Rossi. Aveva una moglie, due figlie, una piccola casa e una piccola macchina. Lavorava più o meno tutto il giorno ma non aveva molti soldi: in quel paese lontano la maggior parte dei guadagni veniva portata via ai cittadini che lavoravano e distribuita ad altri cittadini che stavano tutto il giorno a chiacchierare ai tavoli dei bar o in televisione. Nel paese lontano i cittadini che lavoravano potevano sì votare per cambiare le cose, ma erano pochi, mentre i cittadini che chiacchieravano erano tanti. Così le cose non cambiavano mai.

Il signor Rossi dunque lavorava e lavorava. Anche la signora Rossi lavorava. I signori Rossi erano sempre stanchi, e quasi mai felici. Guardavano i cittadini che chiacchieravano viaggiare nelle loro belle macchine verso le loro belle case dove li attendevano le loro belle figlie. Poi i signori Rossi guardavano la loro macchina senza uno specchietto, l’umidità sul soffitto del bagno, le loro figlie bruttine. E si guardavano tra loro, e non erano felici.

Una sera di luna piena i signori Rossi erano seduti al tavolo della cucina a mangiare e guardare il telegiornale. Nel paese lontano erano arrivati dei rifugiati da un altro paese ancora più lontano in cui c’era la guerra. Quelli che non morivano durante la fuga venivano portati in tende, caserme, alberghi. Il giornalista del telegiornale stava intervistando uno dei capi dei cittadini che chiacchieravano, il quale diceva che non era possibile che tutte quelle persone venissero sfamate a spese dei cittadini che lavor… pardon, della comunità dei cittadini del paese lontano tutto, e che era una vergogna. Il signor Rossi rimase per un po’ con la forchetta a mezz’aria, non sapeva bene cosa pensare. Poi disse: ‘è una vergogna. Quelli lì mangiano e bevono senza far niente tutto il giorno mentre io mi spezzo la schiena’. Si fermò, gli sembrava che qualcosa non quadrasse e non capiva cosa. Ma era stanco, e non era felice, e disse: ’Magari potessi anch’io fare la bella vita esattamente come questi. Questi che vengono dal paese ancora più lontano.’

In quel momento una luce fortissima invase la piccola cucina della casa dei signori Rossi. Quando riuscirono ad aprire gli occhi, uno strano ometto era comparso davanti al televisore, e li guardava con un sorriso compiaciuto. Era piuttosto anziano, basso, con una bella pancia e pochi capelli stopposi ai lati della testa. Indossava pantaloni verde scuro ed una maglietta a strisce bianche e rosse. ‘Buonasera padroni’, disse. I signori Rossi non riuscivano a parlare per la sorpresa, e lui, con l’aria di chi ci è abituato, continuò: ‘Lasciate che mi presenti, sono il mago Immo. Esperto in magia di cazzimma. Ora, voi certamente vi starete chiedendo cosa sia la magia di cazzimma, e ve lo spiego subito. Modestamente si tratta di una esclusiva mondiale di cui sono l’unico detentore. Ebbene signori, non trattasi di magia bianca, e nemmeno trattasi di magia nera, per carità. Trattasi per la precisione di magia’ e fece una pausa per vedere se cominciavano a seguirlo ‘trattasi dicevo di magia realizzativa disfunzionale’. Non lo seguivano ovviamente. ‘Per capirci, signori, ogni 100 anni io posso esaudire un desiderio del mio padrone. Il mio tipo particolare di magia, però, prevede che il padrone lo scelga io. E come lo scelgo? Qui interviene la cazzimma. Passato il centesimo anno mi metto in ascolto, e appena sento uno che esprime un desiderio che veramente mi fa girare i coglioni, io… tac! lo esaudisco. E per questo secolo è toccato a voi’. Poi alzò il braccio destro, schioccò le dita, e così come era apparso sparì.

I signori Rossi soltanto allora riuscirono ad usare nuovamente i muscoli dei rispettivi colli per guardarsi. La signora Rossi fu la prima a riprendere l’uso della parola, ma ciò che disse fu coperto dal rumore più forte che avessero mai sentito. Sembrava un motore, ma di potenza inconcepibile. Le pareti cominciarono a tremare, i mobili si aprivano e rovesciavano il loro contenuto, le lampadine esplodevano. Le bambine corsero a stringersi ai genitori. Il signor Rossi ebbe la prontezza di condurre tutti fuori in giardino prima che un pallone nero cadesse dal cielo e radesse al suolo la casa. Non avevano nemmeno la forza di strillare. Sul vialetto della casa di fianco passò il loro vicino. ‘Uè ragazzi, vi godete il fresco eh?.’ Il signor Rossi rispose con un filo di voce: ‘la casa…’. ‘E che sarà mai, non avete più il problema dell’IMU, della TASI, di dipingere le pareti. Beati voi. Vorrei essere io al posto vostro’ e rientrò.

Con la forza della disperazione il signor Rossi caricò la famiglia in macchina e fuggì. Non avevano idea di dove dovessero andare, semplicemente giravano tutti e quattro in macchina senza concepire pensieri. Avevano lasciato nella casa distrutta i soldi ed i documenti. Si trovavano da qualche parte in periferia quando i vetri dei finestrini posteriori andarono in frantumi, il signor Rossi perse il controllo dell’auto ed andarono a schiantarsi contro un albero. Per fortuna il proiettile non aveva colpito nessuno, ma tutti avevano i volti insanguinati e lividi sul corpo. ‘Un medico per favore’ gridò il signor Rossi, ed un uomo si avvicinò. Guardò la famigliola, poi si rivolse alla signora Rossi: ‘io sono un medico, ma voi chi siete?’ e senza lasciar tempo di rispondere ‘non siete miei pazienti. Non posso mica essere responsabile della salute di tutto il mondo io. Si lo vedo che non state bene, ma sapete anche alcuni dei miei pazienti non stanno bene, quindi mi sembra giusto che io non perda tempo con voi e dedichi tutte le mie risorse a loro. Prima i pazienti miei. Arrivederci.’ E se ne andò.

I signori Rossi erano disperati, le bambine piangevano. Allora il signor Rossi pensò che nel paese lontano tutti erano impazziti, e che forse era il caso di andarsene, di fuggire verso un altro paese ancora più lontano, dove non accadesse tanto male gratuito e dove le sue bambine potessero crescere allegre e spensierate. Si ricordò di un amico che organizzava spesso dei viaggi verso un paese ancora più lontano, lo aveva invitato spesso a partecipare ma lui non ne aveva mai avuto voglia. Andò da lui. ‘Servono 10.000 denari’ disse l’amico. ‘Ma se normalmente ce ne vogliono 300 o 400…’. ‘Per te ora ne servono 10.000, e solo perché sei amico mio. Beato te, che hai amici come me. Sei fortunato, vorrei poter partire io adesso per un bel viaggetto…’.

Il signor Rossi riuscì a farsi prestare i soldi dalla madre pensionata e si imbarcò con moglie e figlie per un viaggio spaventoso. Per quattro giorni e tre notti furono costretti a stare insieme ad altre cento persone, sballottati dalle onde, in una puzza indicibile. Il signor Rossi fu picchiato. La bambina più piccola aveva smesso di parlare da giorni. Finalmente arrivarono sulla terraferma, senza sapere dove, ma le persone che li accolsero sulla spiaggia parlavano un’altra lingua. Dei militari gridavano ordini. Furono condotti in un grande campo di tende. Mangiavano tutti i giorni la stessa cosa, riso, senza sapere se ce ne sarebbe stato anche l’indomani.

Dopo qualche giorno fu annunciato che alcune famiglie avrebbero potuto trasferirsi in un albergo abbandonato alla periferia di un villaggio. Il signor Rossi si mise in fila per ottenere un posto per la sua famiglia. ‘Nome?’ disse l’impiegato, la testa quasi calva bassa sul foglio. ‘Signor Rossi’. ‘Mi dia un documento’. ‘Non ce l’ho’. ‘Senza documento non potrei… però insomma… potrei fare un’eccezione… si credo proprio che farò un’eccezione… lei è fortunato, proprio fortunato. Starà in albergo, a mangiare e bere senza far niente, mentre noi stiamo qui a lavorare 8 ore per una miseria… eh, buonismo del cazzo… ci vorrebbe lui, ci vorrebbe… vabbè, vada’. ‘Grazie’ disse il signor Rossi. Ma l’impiegato non rispose, si alzò, chiuse il registro, si spolverò gli strani calzoni verdi e la maglietta a righe tirata sulla pancia abbondante, schioccò le dita e sparì.

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Questa voce è stata pubblicata il 21/04/2016 da in Società.
Pierluigi Argoneto

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