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Ce lo chiede l’Europa


Cominciamo con il ricordare cos’è una comunità, come appunto la comunità europea o come l’Italia.

Gli uomini si organizzano in comunità al fine di raggiungere obiettivi, compiere opere o imprese, che il singolo individuo non potrebbe realizzare. Queste opere permettono lo sviluppo ed il benessere della comunità e quindi il benessere di ogni suo membro.

Ogni membro della comunità, per avere diritto a partecipare al benessere che questa produce, deve rispettare delle leggi che la comunità stessa si è data. Il fine di queste leggi è quello di regolamentare la vita all’interno della comunità in modo equo tra i suoi membri.  In sostanza i membri di una comunità rinunciano ad una parte della loro libertà sottostando a compiti e doveri per poter accedere ai diritti ed al benessere che quella comunità gli garantisce.

Facciamo degli esempi: un uomo da solo non potrebbe mai garantirsi una pensione, al massimo può contare sulla riconoscenza e/o generosità dei figli, ma non si tratterebbe di un diritto. Dovrebbe quindi lavorare per tutta la vita. Un uomo, da solo non può operarsi di appendicite. Se è ricco può pagarsi un medico, altrimenti l’appendicite se la tiene. Un uomo, da solo, probabilmente sarebbe presto vittima di una comunità di delinquenti (i delinquenti hanno una particolare sensibilità ai vantaggi che si possono ottenere associandosi in comunità che aggrediscono chi rimane solo). Un uomo da solo non è in grado di costruire infrastrutture, scuole, strade per far circolare le merci ecc…

In sintesi, se l’uomo non si fosse aggregato in comunità saremmo ancora all’età della pietra.

Aggregarsi in comunità quindi, non solo è nella natura dell’uomo, ma è una cosa che produce benessere, che fa stare meglio tutti.

È importante però che l’associazione tra gli individui che compongono la comunità avvenga in maniera consenziente da parte di tutti i suoi membri (o almeno di una significativa maggioranza). È importante che i membri si riconoscano in obiettivi e valori comuni. È importante che i vantaggi dell’appartenenza alla comunità siano chiari e condivisi, così come i doveri. È quindi importante che gli individui si identifichino in quella comunità, se ne sentano parte. Quando questo non avviene solitamente scoppiano le guerre civili.

 

Nella comunità europea, mi duole dirlo, tutto questo è avvenuto parzialmente. Non perché manchino dei valori e degli obiettivi comuni a tutti i popoli europei, ma perché è mancato il coraggio alle politiche nazionali, di creare una identità europea a discapito di quella nazionale. E così la comunità europea, anziché essere una aggregazione di individui, appare come una società di nazioni in cui ogni socio cerca di trarre il massimo beneficio per se stesso anche a discapito degli altri. La comunità Europea è stata spesso usata dalle politiche nazionali, come capro espiatorio per l’applicazione di politiche economiche e sociali poco gradite agli elettori. Oggi che la crisi economica è tangibile e le persone che temono di perdere il benessere raggiunto, ogni nazione europea ha almeno un partito che prova (e riesce) a guadagnare consensi attaccando l’appartenenza alla comunità europea.

Per provare ad uscirne ci vorrebbe un grande atto di coraggio e di responsabilità da parte delle politiche nazionali che dovrebbero ricordare alle proprie popolazioni i motivi che hanno portato alla fondazione della comunità europea (tra questi la fine delle guerre tra le nazioni che la compongono, e scusate se è poco). Dovrebbero ricordare che le regole che governano l’europa sono state condivise, che in virtù di queste regole non esiste una nazione egemone, ma ogni nazione può utilizzare queste regole per influenzare le politiche europee, con le possibilità ed i limiti che ha ogni membro della comunità.

Bisognerebbe smettere di andare in Europa a “sbattere i pugni sul tavolo” o “prendere i compiti”. Bisognerebbe avere il coraggio di dire che “non c’è lo chiede l’Europa”, ma che lo abbiamo scelto insieme, che magari ci sarebbe piaciuta una cosa un po’ diversa, ma in democrazia funziona così, in Europa come in Italia: si discute fin quando non si trova un accordo che soddisfi una maggioranza.

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Un commento su “Ce lo chiede l’Europa

  1. stanco
    01/11/2016

    L’Europa cosi’ come e’ concepita dai politici italiani e’ una trappola. Servono Persone capaci di difendere il proprio io e non degli stupidi Yesman.

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Questa voce è stata pubblicata il 31/10/2016 da in Politica, Società con tag , .
Pierluigi Argoneto

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